Stavolta niente titoli ironici, stavolta scelgo la serietà. E qui ci deve essere perché un Memorial, il primo, intitolato a Giorgio Porreca lo richiede. Sono certo che chiunque si possa considerare scacchista di qualsiasi livello abbia preso in mano almeno un libro del Maestro napoletano.
Fatta questa doverosa premessa, vediamo un po’ cosa ha combinato chi scrive. Più o meno come nel calcio, quando una squadra vince pur giocando male, contano solo i tre punti. Ed è andata esattamente così anche a me: ho ottenuto tre punti (su cinque) giocando nel complesso piuttosto male. Sono ancora ampiamente convalescente dalla grande depressione catalana, per poter anelare a un’immediata guarigione partenopea.
Ma facciamo qualche passo indietro, perché fin qui credo non si sia capito niente. Ho fatto il M (dove M non sta per Maestro, ma per quella cosa meno nobile che si dice porti fortuna). Ogni tanto devo farlo, è la mia nevrosi scacchistica, credo che ogni scacchista abbia la sua. Se poi la nevrosi è un’evoluzione, diciamo così, di una sindrome depressiva si arriva a un contenuto “qualitativamente” più ricco. So che ogni tanto qualcuno si spaventa se dico queste cose e voglio subito rassicurare che si tratta esclusivamente di depressione scacchistica.
La mia nevrosi più o meno post depressiva (che quindi si manifesta anche in uno stato psicologico migliore) è che ogni tanto devo fare un torneo senza dire niente a nessuno.
Ora ci arriviamo, tra poco sarà tutto chiaro.
Non vi sarà sfuggito il cenno alla guarigione partenopea. I miei tre punti (che contano, lo ripeto, mi serve) su cinque li ho ottenuti al summenzionato primo Memorial Giorgio Porreca. Mi piace Napoli, questo qualcuno lo sa, e volevo vedere a che punto stava la mia sindrome.
Questi tre punti li ho ottenuti con tre partite vinte (dire il resto non serve, non dirlo è terapeutico).
Per non inchiostrare troppo di cose brutte questo spazio, vedrete “solo” due partite. Le virgolette indicano che, visto il livello basso, anche una sarebbe stata troppo.
Ai miei fedelissimi allievi, ma anche ad altri, dico sempre che gli scacchi sono belli perché non c’è fortuna, c’è solo l’abilità propria e dell’avversario. Ma allora perché mentre scrivo sono convinto che di questi tre punti uno e mezzo sia stato preso grazie alla buona sorte? Perché penso che la momentanea (ma decisiva) non abilità dell’avversario sia stato per me un colpo di fortuna. Li vedrete tutti questi colpi, ossia l’ultimo punto ottenuto di quei tre più volte annunciati (che poteva essere tranquillamente 0 dopo poche mosse e ½ alla fine). Questo è stato il punto che, dopo un lungo inseguimento, mi ha fatto arrivare alla variazione rating positiva, cosa che per tutto il 2025 non c’è mai stata.
La rincorsa è cominciata immediatamente dopo la prima partita, giocata (e persa) contro un ragazzino, uno dei tanti che si incontrano regolarmente a ogni torneo. Io me ne trovo sempre almeno uno. E questo ovviamente era già forte, non tanto per aver vinto con me, quanto per aver concluso con tre punti e mezzo su cinque. Il problema era il suo rating, 1618, molto basso, che equivale per me subito a un’emorragia di punti ELO da recuperare. Ecco, qui invece incontrare subito il ragazzino grande promessa dal rating basso non è stato esattamente un colpo di fortuna.
Non vedrete questa partita, vedrete l’altra che ho vinto e anche questa poteva tranquillamente avere un epilogo (e un risultato) diverso. Ma contrariamente a quello che faccio di solito, non metto partite che ho perso, metto queste due vinte in maniera fortunosa, giusto per rimanere in una modalità terapeutica.
L’altra che ho perso è stata contro un 1473, che però grazie alla dea bendata (e rieccola!) non aveva ELO FIDE, altrimenti sarebbe stata un’emorragia interna irreversibile.
Prima di assistere queste due “perle” (so che non vedete l’ora), dico una cosa sul contesto. Di Napoli e di me ho già detto, si è creata una dipendenza. Aggiungo che in 45 anni di tornei raramente mi era capitato di trovare un contesto caloroso come qui. Si è giocato in un sotterraneo, uno dei tanti spazi della grande città che sta sotto l’altra grande che è in superficie. Non poteva succedere 45 anni fa, ma può succedere almeno da 10. Cosa? Creare una chat di gruppo whatsapp tra i partecipanti. Al momento della creazione ho detto oh, mamma, che palle! Poi mi sono ricreduto, ma non è solo questo che definisco calore. C’era un’atmosfera diversa dalle solite che ho vissuto in questi 45 anni, dove molto spesso ho incontrato eccessi di rigore e solennità, dimenticando che gli scacchi praticati ai nostri livelli sono totalmente amatoriali. D’accordo, io ero il corpo estraneo, che ci fa un veneziano a un torneo di Napoli? Giocavo quindi in casa, nel senso che ero esposto a curiosità, ma questo non impediva in ogni caso di riservarmi un’accoglienza fredda e indifferente, cosa che non c’è stata.
Bene, basta così. Vediamo queste due partite.







e invece è andata esattamente così, solo che il N ha semplicemente perso per il tempo in posizione di parità. Una semplice banale verità, ma forse per un post meno seducente di un interrogativo in sospeso…
cordialità Dario Schiappoli